Zverev, carriera e svolta col diabete: successi, rivali più duri e come è cambiato il gioco

C’è un momento, nella storia di certi campioni, in cui una voce laterale rischia di diventare “la” storia. Nel caso di Alexander Zverev, negli ultimi anni è circolata spesso l’idea di una svolta legata al diabete. Peccato che, andando a cercare con attenzione, quel tassello non torni. E allora vale la pena fare ordine, perché la sua carriera è già abbastanza cinematografica anche senza miti aggiunti.

Da Amburgo al vertice: un’ascesa che brucia le tappe

Zverev nasce ad Amburgo nel 1997, da genitori russi, e cresce con la racchetta in mano come se fosse un’estensione naturale del braccio. Il primo dettaglio che colpisce è la precocità: non “promettente”, proprio pronto.

  • Nel circuito junior vince l’Australian Open 2014.
  • A 17 anni alza un titolo Challenger a Braunschweig (terra rossa), un segnale chiarissimo.
  • Nel 2016 arriva il primo titolo ATP a San Pietroburgo, e da lì in poi la curva si impenna.

Quando lo vedi giocare in quei primi anni, l’immagine è semplice: servizio potente, scambi da fondo che sembrano telecomandati, rovescio a due mani che taglia il campo. Un tennis che, contro molti, “fa male” senza bisogno di fronzoli.

Il palmarès che pesa: 24 titoli, 7 Masters 1000 e un oro olimpico

I numeri, aggiornati al 2024, raccontano una carriera già enorme: 24 titoli ATP, tra cui 7 Masters 1000, più 2 ATP Finals (2018 e 2021) e la medaglia d’oro olimpica a Tokyo 2021. E sì, c’è anche quel dettaglio che fa rumore: ancora nessuno Slam, nonostante tre finali.

I picchi che lo hanno definito

  1. Roma 2017, finale vinta contro Djokovic, uno di quei risultati che cambiano lo sguardo del circuito su di te.
  2. Montréal 2017, dove supera Federer, e capisci che la Next Gen può davvero mordere.
  3. ATP Finals 2018, titolo conquistato battendo Djokovic, con una lucidità quasi “da veterano”.
  4. Tokyo 2021, oro olimpico con Djokovic battuto in semifinale e Khachanov in finale, un percorso da romanzo sportivo.
  5. Dal 2024 in avanti, la sensazione di solidità cresce ancora, con altri Masters importanti (tra cui Roma e Parigi-Bercy).

In mezzo, statistiche che spiegano la continuità: oltre 500 vittorie in singolare e più di 58 milioni di prize money. E un best ranking da numero 2 ATP nel 2022.

Rivali, notti lunghe e partite che restano

La carriera di Zverev è anche un catalogo di “prove del fuoco” contro i più grandi e i più scomodi. La cosa interessante è che spesso non ha solo affrontato i campioni, li ha presi proprio nel loro habitat naturale, nei turni finali.

  • Djokovic è il rivale simbolo: lo ha battuto in giornate enormi (Roma 2017, ATP Finals 2018, Olimpiadi 2021), ma ha anche incassato lezioni preziose.
  • Federer, superato a Montréal 2017, partita che gli ha dato un timbro internazionale.
  • Nadal, battuto a Madrid 2024, come a dire “ci sono ancora, e contro chiunque”.
  • Poi ci sono Thiem, Berrettini, Medvedev, Kyrgios, cioè l’altra faccia della rivalità moderna, fatta di potenza e nervi.

Qui emerge il suo paradosso: nei Masters e negli eventi “brevi” è stato spesso impeccabile, negli Slam ha oscillato di più, fino alle finali recenti (US Open 2020, Australian Open 2021 e 2024, Roland Garros 2024) che raccontano un giocatore più vicino al bersaglio.

La “svolta col diabete”: cosa sappiamo davvero

Sulla presunta diagnosi di diabete legata a Zverev non ci sono informazioni attendibili e verificabili che la confermino. Quando un tema del genere rimbalza online, spesso nasce da:

  • confusione con altri atleti,
  • interpretazioni di dichiarazioni mai riportate in modo solido,
  • bisogno narrativo di trovare una “spiegazione unica” a cali o ripartenze.

Questo non significa che la salute non conti, anzi. Nel tennis di oggi la gestione del corpo è un lavoro quotidiano: sonno, alimentazione, recupero, routine mentali. Ma attribuire una svolta specifica a una condizione non confermata rischia di distorcere la storia vera, che è già fatta di scelte tecniche e maturazione.

Come è cambiato il suo gioco: meno fuochi d’artificio, più controllo

Il Zverev giovane viveva di accelerazioni e di fiducia quasi incosciente. Quello degli ultimi anni sembra più “costruito”:

  • prima di tutto, percentuali al servizio più ragionate, non solo potenza;
  • negli scambi, maggiore pazienza, con il rovescio che resta un pilastro;
  • nei momenti caldi, più gestione, anche quando l’inerzia scappa.

È come se avesse smesso di cercare il colpo perfetto a ogni punto, e avesse iniziato a cercare il punto giusto. E in un tennis dove i margini sono minuscoli, questa è spesso la differenza tra arrivare in finale e alzare un trofeo che, nel suo caso, manca ancora solo nel posto più rumoroso.

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