Ti è mai capitato di trovare una vecchia moneta in un cassetto, magari insieme a bottoni, chiavi senza serratura e ricordi di famiglia, e pensare: “Vabbè, vale niente”? Ecco, con la 20 lire 1970 è proprio il momento di fermarsi un secondo. Perché c’è un dettaglio minuscolo, quasi timido, che può cambiare tutto.
Il dettaglio che decide il valore (e dove guardare davvero)
Il punto non è l’anno, non è il disegno, non è nemmeno “quanto è vecchia”. Il cuore della storia è il segno di zecca: una lettera che può essere R oppure P.
La cosa interessante è che non sta in bella vista. Il segno si trova sotto il ramo di quercia, a sinistra del valore “L·20”. È lì che devi concentrare lo sguardo, come quando cerchi una firma in fondo a una stampa.
Un trucco pratico, che funziona meglio di mille foto online: inclina la moneta sotto una lampada. La luce radente fa emergere i rilievi, e una lettera consumata, che a occhio nudo sembra solo un graffietto, può improvvisamente rivelarsi per quello che è.
Due varianti, due mondi diversi
La 20 lire 1970 non è “una moneta sola”. In realtà esistono due varianti principali, e la differenza tra le due può essere sorprendente.
Variante con segno R (Roma): la più comune
Se trovi una R, sei davanti alla versione più diffusa, quella con una tiratura enorme (parliamo di 31.500.000 pezzi). È la moneta che molti hanno avuto in tasca, che ha girato, si è consumata, ha visto vita quotidiana.
- Rarità: bassa
- Valore: generalmente bassissimo, circa 0,30 € se in alta conservazione
- Se è molto consumata, spesso resta più un ricordo che un oggetto da collezione
Variante con segno P: la “sorpresa” che tutti sperano
Se invece leggi una P, la faccenda cambia. Questa variante è considerata scarsa, con tiratura non dichiarata, e viene spesso interpretata come errore di conio o come una prova non destinata alla circolazione normale.
E qui arriva la parte che fa drizzare le antenne: in FDC (Fior di Conio), meglio se periziata, la variante P può collocarsi in un intervallo indicativo di 22-63 €, con riferimenti che in alcune valutazioni arrivano anche a 50-80 € in base a domanda, qualità e mercato del momento.
Non è una cifra che ti cambia la vita, certo, ma è abbastanza da rendere la ricerca divertente, e soprattutto da evitare la classica svendita “a peso”.
La conservazione: il vero amplificatore di prezzo
Nel collezionismo, la parola che fa da moltiplicatore è sempre una: conservazione. E sì, vale anche qui.
Immagina due monete identiche, stessa lettera, stesso anno. Una è lucida, con dettagli netti e nessuna usura evidente. L’altra ha rilievi smussati e graffi da tasca. Il mercato le tratta come due oggetti diversi.
Ecco una sintesi utile:
| Variante | Stato “vissuto” | Stato alto | FDC periziata |
|---|---|---|---|
| R | quasi simbolico | ~0,30 € | raramente interessante |
| P | più preziosa della R | sale sensibilmente | 22-63 € (anche oltre in casi favorevoli) |
Se vuoi orientarti meglio, può aiutare capire cosa si intende per numismatica, perché molte dinamiche del valore dipendono proprio da criteri standardizzati di rarità e grado di usura.
Cosa fare prima di venderla (o scartarla)
Prima di prendere decisioni affrettate, ti consiglio questa mini checklist, semplice ma efficace:
- Pulisci solo la polvere, senza strofinare o lucidare (potresti rovinare la superficie).
- Controlla il segno di zecca nel punto giusto, sotto il ramo di quercia.
- Usa una lampada e, se serve, una lente o la macro dello smartphone.
- Valuta la conservazione, guardando bordi, graffi, brillantezza e nitidezza dei dettagli.
- Se trovi la P e la moneta è molto bella, considera una perizia, perché può fare la differenza.
Alla fine, il “dettaglio fondamentale” è proprio questo: quella lettera minuscola. Se è R, probabilmente hai una moneta comune. Se è P, potresti avere tra le dita una piccola rarità, e la cosa più intelligente è non muoversi di fretta. Perché certe sorprese, prima di lasciarle andare, meritano almeno un minuto di luce buona e uno sguardo attento.




