Perché molti negozi stanno chiudendo: la verità che nessuno dice sulla crisi del retail

Entri in una via che conosci a memoria, quella dove una volta “c’era sempre qualcosa da vedere”, e ti accorgi che il silenzio è cambiato. Serrande abbassate, vetrine spoglie, cartelli di affitto. E la sensazione più inquietante è questa: non è un incidente di percorso, è un pezzo di città che si sta riscrivendo sotto i nostri occhi.

I numeri che non si riescono più a ignorare

Negli ultimi anni la crisi del commercio non è stata un’ondata, è stata una marea. Tra il 2011 e il 2025, in Italia hanno chiuso oltre 103.000 negozi. E le proiezioni parlano chiaro: il rischio è di arrivare a altri 100.000 entro il 2030, se le condizioni restano queste.

Nel frattempo, al Ministero competente risultano 96 tavoli di crisi aperti, con oltre 120.000 lavoratori coinvolti. E alcune ricostruzioni giornalistiche arrivano a stimare 140.000 chiusure in circa dieci anni. Sono numeri che non descrivono solo imprese, descrivono quartieri interi.

La vera “verità che nessuno dice”: non è solo colpa del web

Sì, l’online ha cambiato tutto. Ma ridurre la storia a “Amazon ha ucciso i negozi” è troppo comodo e, soprattutto, incompleto. La verità più scomoda è che questa è una crisi strutturale del retail alimentata da regole, costi e incentivi che non sono più allineati alla realtà.

In altre parole, non è inevitabile. È anche una questione di scelte.

Perché la gente compra meno (anche quando vorrebbe)

Quando parlo con commercianti, la frase che torna è sempre la stessa: “La gente entra, guarda, poi rinuncia”. Qui entra in gioco l’inflazione e l’incertezza: non serve essere esperti di economia per capire che, se lo stipendio non corre, lo scontrino medio si accorcia.

Alcuni indicatori raccontano questa tensione: la fiducia dei consumatori è risalita lievemente (intorno a 97,4), ma i giudizi sulla situazione economica familiare peggiorano (fino a circa -27,9). Tradotto: magari speriamo un po’ di più, però ci sentiamo ancora stretti.

E per il 2026 si prevede una crescita di appena +1,3%, troppo poco per far ripartire davvero i consumi.

La pressione che arriva da fuori, e non solo dalla concorrenza

C’è poi un tema di competizione che spesso si sottovaluta. Da un lato, l’online e la grande distribuzione hanno un vantaggio di scala. Dall’altro, arrivano volumi di importazioni a basso costo, ad esempio dalla Cina, con valori che hanno toccato circa 5,3 miliardi di euro in un semestre del 2025. Questo non significa “colpe”, significa che il negozio di prossimità si ritrova a vendere nello stesso ring con guantoni diversi.

A complicare tutto, ci sono perfino incertezze internazionali sui dazi, con ipotesi di rincari fino a circa +36% su abbigliamento e calzature, un settore già delicato.

Costi invisibili: affitti, tasse, sicurezza

Il negozio fisico non paga solo bollette e personale. Paga anche l’imprevedibilità. Un esempio enorme è quello dei furti, che nel retail generano perdite stimate in circa 4,12 miliardi di euro l’anno.

Poi ci sono affitti elevati e pressione fiscale. Molti esercenti resistono con fidi bancari e risparmi personali, ma è una resistenza che consuma energia e futuro. In questo contesto, anche catene e gruppi della distribuzione stanno ripensando la rete dei punti vendita, con chiusure e riorganizzazioni che possono coinvolgere migliaia di addetti.

Cosa servirebbe davvero (e perché non è fantascienza)

Se il problema è strutturale, le soluzioni devono esserlo. Le proposte più concrete ruotano intorno a tre leve, semplici da capire:

  1. Detrazioni fiscali del 15-19% per chi acquista nei negozi di prossimità.
  2. IVA ridotta al 10-15% per due anni su categorie selezionate, per dare ossigeno immediato.
  3. Cedolare secca sugli immobili commerciali, per rendere più sostenibili i canoni di locazione e stabilizzare le vie dello shopping.

Un colpo d’occhio: dove si rompe l’equilibrio

FattoreEffetto sul negozio di prossimità
Consumi stagnantimeno entrate, scontrino medio più basso
E-commerce e grandi catenemargini compressi, meno traffico in negozio
Affitti e tassecosti fissi rigidi anche quando il fatturato cala
Furti e sicurezzaperdite dirette, investimenti obbligati

Il punto finale, quello che fa male ma chiarisce

La crisi dei negozi non è una punizione del mercato, è l’esito di un sistema che non accompagna più il commercio reale. Se non si interviene su regole, fiscalità e costi, continueremo a chiamarla “crisi”, ma in realtà sarà una trasformazione permanente. E a quel punto non perderemo solo vetrine, perderemo abitudini, servizi di quartiere e quel tipo di vita urbana che, finché non scompare, diamo per scontata.

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