C’è una scena che mi è capitata più volte: entri in una galleria, o anche solo in una fiera di stampe e fotografie, ti innamori di un pezzo e poi, inevitabile, fai il conto mentale con le tasse. “Bello, sì, ma quanto mi costa davvero?” Ecco, dal 1° luglio 2025 quel calcolo cambia, e la “spesa comune” di cui si parla, sorprendentemente, è proprio l’acquisto di opere d’arte e oggetti da collezione.
La novità vera, non è una detrazione classica
Partiamo con chiarezza, perché qui il fraintendimento è dietro l’angolo: non è nata una nuova “detrazione” tipo bonus casa. La svolta è un’aliquota agevolata che riduce l’imposta applicata all’acquisto.
Dal 1° luglio 2025, in Italia è entrata in vigore l’IVA al 5% su cessioni, importazioni e commercializzazione di:
- opere d’arte originali (pitture, disegni, sculture)
- fotografie artistiche
- oggetti d’antiquariato
- beni da collezione
Questa misura, introdotta dal Decreto Legge n. 95/2025 (Decreto Omnibus), sostituisce le precedenti aliquote più alte (spesso 10% o 22%) con un obiettivo molto pratico: rendere il mercato italiano più competitivo rispetto ad altri paesi europei.
Se ti sembra un tecnicismo, prova a vederla così: non “scarichi” dopo, paghi meno subito. E, psicologicamente, è un cambio enorme.
Cosa rientra davvero nel 5% (e cosa ti serve in mano)
Qui viene la parte che spesso si scopre solo all’ultimo momento: l’aliquota ridotta non è una magia automatica, richiede che l’opera sia correttamente inquadrata e documentata.
In generale, per stare tranquilli servono:
- certificazione di autenticità
- indicazioni di provenienza
- documentazione coerente in fattura (descrizione, natura del bene, eventuale autore)
In più, per gallerie e mercanti è previsto un regime del margine modificato, cioè un meccanismo di calcolo dell’imposta pensato per il commercio di beni usati, da collezione o d’arte, che può incidere sul prezzo finale e sulla trasparenza dei passaggi.
Una parola che chiarisce tutto, e che conviene conoscere, è IVA: non è una tassa “personale”, è un’imposta sui consumi, quindi ridurla significa alleggerire il costo all’acquisto, punto.
“Scaricare dalle tasse” si può, ma soprattutto per chi lavora
Se sei un privato che compra per passione, la leva principale è il 5%. Se invece sei un’impresa o un professionista, esistono margini di deduzione che possono rendere l’operazione ancora più interessante, purché ci sia un senso economico e documentale.
Deduzioni per imprese e professionisti
Le spese per acquisto di opere d’arte o antiquariato possono rientrare tra i costi di rappresentanza, deducibili fino all’1% del fatturato annuo. Tradotto in modo semplice: se l’acquisto è coerente con l’attività (immagine aziendale, accoglienza clienti, valorizzazione della sede), una parte può ridurre il reddito imponibile.
Attenzione però a due parole chiave: inerenza e documentazione. Senza, si entra nel terreno scivoloso delle contestazioni.
Agevolazioni “silenziose” per i privati: plusvalenze ed eredità
Per i collezionisti non professionali, ci sono due aspetti spesso sottovalutati:
- esenzione dall’imposta sul capital gain per plusvalenze da compravendita di opere d’arte (in molti casi, se l’attività non è abituale e speculativa)
- vantaggi sul fronte successorio, con esclusioni o trattamenti favorevoli per il passaggio ereditario di opere, anche oltre soglie ordinarie
Sono temi che sembrano lontani, finché non arriva una vendita importante o una successione familiare. E lì, la differenza si sente.
Art Bonus e circolazione: i due acceleratori che pochi usano bene
Se ti piace l’idea di sostenere cultura e spettacolo, l’Art Bonus offre un credito d’imposta del 65% sulle erogazioni liberali a favore di istituzioni culturali e progetti ammessi. Non è collezionismo diretto, ma è uno dei pochi strumenti “forti” e chiari.
Sul fronte circolazione, è stata semplificata l’uscita e movimentazione di opere di autori scomparsi da oltre 70 anni, se il valore resta sotto 13.500 euro, tramite autocertificazione. Meno burocrazia, più fluidità per chi compra e vende in modo regolare.
E nel 2026? Cosa potrebbe cambiare
Per il 2026 si parla di possibili riforme come un passaporto digitale per tracciabilità e autenticità. È presto per dare certezze, ma la direzione è chiara: più trasparenza e più ordine in un settore dove i documenti contano quanto l’opera.
La conclusione che vale davvero
La “spesa comune” che oggi pesa meno è quella che molti fanno senza chiamarla così: comprare un’opera, una fotografia d’autore, un oggetto da collezione. Non è una nuova detrazione universale, è un taglio netto dell’imposta al momento dell’acquisto, più alcune leve fiscali già esistenti per chi può inquadrarle correttamente.
Se stai per fare un acquisto, o vuoi capire se puoi dedurlo come costo, la mossa intelligente è una sola: parlarne con un fiscalista prima di pagare, con fattura e documenti alla mano. Perché l’arte emoziona, sì, ma quando è anche ben documentata, sa essere sorprendentemente “leggera” per il portafoglio.




