Ti dico la verità, quando ho letto i titoli allarmistici sulla “nuova tassa di successione” mi è venuto spontaneo pensare a una stangata. Poi ho iniziato a mettere in fila le regole, una per una, e lo scenario che emerge è molto diverso: la riforma non alza l’imposta in modo generalizzato, ma cambia il modo in cui si calcola e, soprattutto, chi deve fare i conti.
Cosa cambia davvero dal 2025 (e perché il 2026 conta)
La nuova disciplina dell’imposta di successione arriva con il D.Lgs. 139/2024. È in vigore dal 1° gennaio 2025, con effetti che diventano pienamente “a regime” nel 2026. Tradotto in parole semplici, le regole si stabilizzano e la prassi operativa si consolida, ma la svolta parte già adesso.
Il punto più importante non è un aumento di aliquote, perché quelle restano le stesse, ma un cambio di logica nel calcolo delle esenzioni.
Il punto chiave: addio coacervo, franchigie “separate”
Prima, con il coacervo, le donazioni fatte in vita potevano sommarsi all’eredità per verificare se superavi la franchigia esente. Era un meccanismo che spesso trasformava una donazione “innocua” di anni prima in un boomerang fiscale al momento della successione.
Ora, con l’eliminazione del coacervo, donazioni e successione vengono valutate separatamente. Questo può portare a un risultato molto concreto: per alcuni beneficiari la soglia “protetta” può arrivare fino a 2 milioni di euro, cioè 1 milione sulla successione più 1 milione sulle donazioni (se entrambe rientrano nelle rispettive franchigie).
In pratica, è una riforma che tende a ridurre il carico complessivo e a favorire trasferimenti intergenerazionali (immobili, quote societarie, collezioni).
Quindi chi rischia di pagare molto di più?
Non chi “eredita e basta”. Il rischio di pagare di più, oggi, nasce quasi sempre da tre situazioni molto specifiche, tutte legate a errori o sottovalutazioni:
- Valutazioni non realistiche dei beni, soprattutto quando parliamo di opere d’arte e beni da collezione (un valore dichiarato troppo basso può innescare contestazioni, con imposta ricalcolata e possibili sanzioni).
- Franchigie applicate male, ad esempio confondendo la franchigia della donazione con quella della successione, oppure non ricostruendo correttamente le donazioni pregresse per finalità documentali.
- Autoliquidazione gestita con superficialità, perché dal 2025 il baricentro si sposta sugli eredi: non è più solo “compilo e aspetto”, ma “calcolo, verso e conservo le prove”.
Quindi sì, qualcuno può finire a pagare di più, ma non per colpa di un’aliquota aumentata. Piuttosto perché cambiano responsabilità e controlli.
Aliquote e franchigie: niente rivoluzioni, solo più chiarezza
Ecco il quadro, che resta invariato nelle percentuali:
| Beneficiari | Franchigia | Aliquota oltre franchigia |
|---|---|---|
| Coniuge e parenti in linea retta | 1.000.000 € | 4% |
| Fratelli e sorelle | 100.000 € | 6% |
| Altri soggetti | 10.000 € | 8% |
Il “vero” vantaggio della riforma è che la franchigia non viene più erosa automaticamente da ciò che era stato donato in passato (grazie all’addio del coacervo).
Collezionismo e arte: dove si gioca la partita più delicata
Per chi possiede beni da collezione, la prudenza è tutto. Questi beni entrano nell’attivo ereditario in base al valore di mercato. E qui spesso si inciampa, perché il mercato può essere volatile e perché una stima fatta “a sensazione” raramente regge.
Due dettagli da non dimenticare:
- Mobilia e gioielli possono rientrare in un criterio forfettario pari al 10% del netto ereditario (salvo inventario analitico).
- I beni culturali vincolati (con vincolo già imposto prima della successione) possono essere esclusi dall’imposta, se si rispettano gli obblighi di conservazione.
- Esiste anche una riduzione pari a 1/10 per ogni anno trascorso da precedenti successioni o donazioni, un meccanismo che può fare la differenza su patrimoni artistici “di famiglia”.
Autoliquidazione: la novità che cambia le abitudini
Dal 2025, gli eredi devono autoliquidare l’imposta e versarla entro 90 giorni dalla presentazione della dichiarazione, con possibilità di rateizzazione. Inoltre, è richiesto di conservare la documentazione per 2 anni. Sembra un dettaglio, ma nella pratica significa organizzare fin da subito perizie, atti di provenienza, ricevute, inventari e ogni elemento che giustifichi i valori dichiarati.
Come muoversi subito (senza ansia, ma con metodo)
Se vuoi evitare sorprese, i passi più efficaci sono questi:
- Ricostruire le donazioni pregresse (anche se ora non fanno coacervo, servono per chiarezza e documentazione).
- Far stimare i beni “sensibili” (arte, collezioni, quote) con criteri difendibili.
- Verificare eventuali vincoli e i relativi obblighi di conservazione.
- Pianificare tempi e liquidità per il versamento, considerando la finestra dei 90 giorni.
La riforma, letta senza allarmismi, è più un’opportunità che una minaccia. Ma richiede attenzione: non perché “tutti pagheranno di più”, bensì perché chi sottovaluta calcoli e valori rischia davvero di pagare caro l’errore.




